domenica 15 maggio 2016

Gentilezza



La stanza si restringe fuori dai miei occhi. Sento la mia bocca dire “gentilezza” ma sulla “a” espira, la vocale si perde e ammutolisce: non importa adesso, un’altra urgenza si produce tra i miei denti. Li stringo, in una piccola apnea, mentre da dietro le sue mani proseguono su di me: dapprima mi sorreggono per il busto e quasi mi sollevano, poi salgono a cercare i seni. Adesso li stringono da sotto in su, a ripetizione, salgono e scendono. Le mani sono troppo grandi forse e il mio petto troppo sfuggente per la camicetta. La pelle si ritira, ogni poro si restringe, le sue dita si chiudono sul contorno immaginato dei capezzoli: lo sente anche lui che stiamo trovando un ritmo nostro in questa danza ignota. Non ci guardiamo, ma giro il collo e mi appaiono vicinissimi la fronte e i capelli riversi davanti agli occhi semichiusi. Mi dice qualcosa che non capisco. Mi slaccio i bottoni, cercandoli uno a uno in una sorta di memoria senza sguardo. Mi bacia la guancia con la bocca aperta, poi il profilo del naso, poi giù, mi lecca l’incavo del collo. Mi respira. Accompagna la mia mano sinistra tra le sue gambe, bene fino in fondo, perché io lo senta senza guardarlo ancora. Inarco la schiena, mi sto aprendo: ho un peso che schiaccia il bacino da dentro, un cuore convulso che mi batte tra le cosce. Vorrei sedermi su di lui adesso, averlo sotto di me. Sentire il suo sesso esplodere contro il mio culo, mentre sopra strati vestiti ancora ci separano. Sentire una specie di dolore.
Perdo la gentilezza.

mercoledì 10 febbraio 2016

E' perché si avvicina il compleanno (forse).

Mi sento in ritardo su due, tre coincidenze importanti della vita. Ci penso in questi mesi che chiudono l'inverno e in cui mi ritrovo più sola, in cui capisco che finché raccontavo qualcosa di me a qualcuno, la condivisione mi rendeva più leggera e più saggia. E magari qualche dolore verbalizzato, smembrato, domandato, era in realtà una medicina, una terapia, una cura necessaria: adesso lo evito, faccio finta di niente. Non ho nulla da raccontare, neppure a me stessa. Ma allora: considero così di poco conto le mie giornate, le mie frustrazioni, la mia solitudine, le piccole contentezze, la ricetta riuscita, il sorriso che mi disegna qualcosa o qualcuno quando mi apro un po', una gentilezza anonima e brevissima, un bel passaggio di un libro che leggo?
Se sono in ritardo, vorrà dire che aspetterò il treno successivo, sarà un po' affollato forse.
Faccio il viaggio in piedi. 
Mi tengo forte ma oscillo. 
Il finestrino è troppo basso per guardare fuori. Il cuore troppo piccolo per guardarci dentro.

martedì 22 dicembre 2015

Un nascondiglio.

Cuore, ti ho trascurato,
ti ho soffocato sotto strati e strati di stoffa,
esattamente come camuffo le mie gambe da mesi e mesi.
Non ti importa più di me? Nessuno sa che ci sei, neppure io.
Cuore, non mi ricordo più come ci si innamora di me.

domenica 8 novembre 2015

questi giorni

Quando ti guardo negli occhi e il marrone intreccia la sua mano con l'ocra gentile e da qualche parte dentro di te, i pensieri si accendono di amaranto e porpora, mentre il verde dell'iride, quieto ma vitale, mi saluta da lontano col suo seducente cappotto dorato, appena comprato.
Quando ti guardo negli occhi di corteccia e foglie, mi innamoro ancora, autunno.

domenica 19 luglio 2015

Me ne rendo conto

Mi rendo conto che la gente esce, si siede, parla, ride, si conosce o conosce, beve cose che le fanno solletico nella gola e nella testa, in luoghi reinventati per essere belli. Mi rendo conto anche di una cosa banalissima: le persone entrano e escono dalla metro, anticamera della vita camminata, collezione di umanità in attesa. Ma quante saranno? Sono tante per una come me, che entra e esce da una porta di casa o uno sportello d'auto. E lì, nel caldo vagone di mezza estate, sollevi gli occhi da un libro, mentre tengo il conto mentalmente delle fermate che non conosco. Chissà dove andrai tu. Ti seguo con lo sguardo, perderti nel piccolo fiume di schiene (la tua svetta, divisa dalla borsa a tracolla) alla mia fermata, che è "mia" solo per un giorno. Chissà da dove arrivi, chi ti aspetta, come è stato oggi, chissà quante traiettorie mancate in una città. O intersezioni riuscite. Da me, me ne rendo conto, i miracoli metropolitani non accadono.

mercoledì 17 giugno 2015

due

Ho queste due mani, forse delle mani un po’ incapaci, ho delle mani grandi, io credo, e senza cura e le unghie mangiucchiate e due macchie sottili speculari, sopra i pollici, che son due piccole cicatrici di denti, che sono il mio inverno ma escono col primo sole, e senza anelli le dita che vorrebbero saper fare, dipingere e scrivere e tapparmi il naso se mi tuffo in mare o avvolgere il cristallo dei pensieri senza che si rompa in pezzi piccoli o sorreggere i pezzi senza avere troppo male, e contare i giorni che passano, o forse contare i giorni che vivono di cose belle, solo talvolta lasciate un po' sbiadire, e di qualche fitta, e scandire i battiti di un movimento che suona in testa e suona nelle orecchie e seguire, per me che adesso sto imparando a leggere, riga dopo riga, parole limpide da cui lasciarmi attraversare, sfogliare voci che parlano, pagine che cantano, pensieri che, in silenzio, ascoltano e si fanno ascoltare.
E poi, ecco, se mai ho avuto la fortuna di conoscere un cuore, io penso di averne visto un po’ nelle mani di chi lo porta dentro.

giovedì 14 maggio 2015

Dove sono?

Ho nostalgia di scrivere e mi chiedo se una parte di me abbia messo a riposo (forzato o consenziente?) un'altra parte di me; mi chiedo dove finiscono i pensieri dei tragitti in macchina, dei tragitti in treno, delle pause, delle cene e delle passeggiate solitarie, delle discussioni lì fuori, nel mondo.
Non ne ho più, non ho più penseri per cui valga la pena di fermarsi qui o altrove?  Di allinearli in questo campo come semi promettenti, da curare?
Davvero non sono più capace di germogli?
Se non sono qui, dove sono?

giovedì 8 gennaio 2015

Una città*

Pochi giorni mi sono bastati per capire la tua gentilezza, nei sorrisi cordiali e aperti delle persone, nei palazzi lustri e ricamati, nelle volute calde e profumate che magicamente si disegnano appena fuori le boulangerie. Camminandoti, mi sei venuta incontro. Hai appagato i miei sguardi fin dentro le finestre, mentre gli occhi rincorrevano la danza delle facciate. E quando ero timorosa, ti ho sentito dire: "accomodati, c'è posto dove lo desideri": ho attraversato la magnificenza scintillante, tra mille teste vocianti di turisti, ma nella vita piccola del quartiere, mi sono sentita come a casa. A casa di amici, a cucinare insieme o bere tè. (Questo ho avuto la fortuna di farlo davvero.)
Di te ho capito che sei una cura di bellezza (e cambia la bellezza, prima e dopo te), di te ho capito che bisogna ritornare.


*Parigi, in questi giorni ferita, siamo feriti insieme a te.

lunedì 17 novembre 2014

senza

Ho perso il conto delle settimane assopite. Ho lasciato che l'autunno (che ha il mio colore preferito) se ne andasse, senza riguardo, senza meraviglia, senza evasione, tra i vuoti di un lavoro e i vuoti di una casa e il troppo pieno della famiglia, a cui non sempre si può spiegare. Sono ingiusta e ingrata. Questo vuoto sono io, che sono incapace di riempire.
E' tornato un vecchio nemico, mi fascia la testa: cosa ci fa qui, la mattina, non lo so, lo lascio (dis)fare perché poi penso che se ne andrà. 
Lo trascino via dagli occhi. Ma non mi sento più leggera, mi sento solo più nascosta.
Mi sento senza parole, senza frivolezza, senza bellezza.
Mi sento senza.


giovedì 25 settembre 2014

L'archeologia dei sentimenti nelle foto

L'immancabile fazzoletto sulla testa, le guance piene, la maglietta che s'arrotonda sulla pancia, il sorriso incerto, con una punta di rassegnazione, gli occhi bassi, forse il puerile smarrimento dell'essere posata sul muretto, da sola (con un cane gigante alle spalle)... il tempo di una foto!
Non so quanti anni avessi, ma io, adesso, sono proprio lì.