mercoledì 1 febbraio 2012

al riparo

Ieri mattina mi trovavo lungo la strada che mi conduce nel posto dove mi sforzo di far lavorare i muscoli e il respiro. Camminavo reggendo l'ombrello con una mano, mentre al braccio dell'altra avevo la borsa e la sacchetta del cambio. Ad un tratto ho avuto la precisa sensazione di possedere un equilibrio instabile sui miei passi, di non sapere dove guidarli. Ho distolto lo sguardo e l'ho buttato oltre la muraglia che copre il mare, dall'altra parte della strada. Ho respirato. Perché torna? Perché i dolori si rinnovano, perché quando si pensa di poter fare a meno dell'aiuto di mani estranee o parole dette dalla vetrina della propria vita, ricade addosso l'urgenza, la necessità di averli di nuovo, sciolti dal guinzaglio della propria volontà? Perché far lavorare quello che a toccarlo o solo a pronunciarlo fa dolore? Non pretendo di addomesticarlo, il dolore, non ho paura di viverlo credo, ma di viverlo troppo a lungo. Di fare dei giorni, granelli di sabbia.
E poi ho messo la mano in tasca e avevo un bacio di dama, uno di quelli con l'incarto, che amo molto. Il sapore buono di una giornata fredda, specie vicino al mare. Non ho pensato mai di dover alleggerire le tasche per camminare meglio. Le mani stringono poi quello che capita, lasciato lì per dimenticanza o per errore o per riguardo verso se stessi, al riparo di un lembo di stoffa.

giovedì 26 gennaio 2012

dove

dove posso oggi

svuotare il cuore o svuotare gli occhi

le labbra spaccate o le palpebre dolenti.

Mi raccontano le parole semplici di un libro,

le colline sulla strada del lavoro,

una fetta di cielo frantumata dai rami,

la telefonata della sera, veloce, "stai bene, su", prima che io dica "forse no".

A domani, a domani, lo so.

venerdì 13 gennaio 2012

un assalto


Come fanno le mattine, come fanno dico io, ad essere tutte uguali, ad essere il passo veloce verso il treno, le teste che pendono dai sedili, gli occhi che si perdono nei finestrini, nei telefoni, nei giornali, nei pensieri. Come fanno, dico io, ad essere il rumore di  fondo di parole ovattate, rotte dallo stridore dei freni.
Mentre nella mia testa ti prendo da dietro e ti chiudo ben stretta. T’ho presa, ti dico. Conosco l’assalto del tuo odore, dei tuoi umori, delle tue parole strettissime che fanno l’amore con la mia faccia.

mercoledì 11 gennaio 2012

del mare (ancora)


Aprì la finestra, noncurante del freddo. Si dimenticava spesso di guardare il cielo: bisognava ritagliarlo dai tetti e dalle mura antiche della città e dai palazzi nuovi e dalle loro impalcature lorde. Eppure qualcosa negli occhi gli rimaneva e sapeva scrutarlo, sapeva dove dirigere lo sguardo. Anche quella mattina. La striscia sottilissima di mare e di luci, impercettibili nella luce sbiadita di nebbia, appena sopra il tetto sfasciato di una casa, erano quasi un appiglio, non semplicemente l’orizzonte. Come un profilo amato, desiderato, lontano, da seguire a memoria con la memoria delle dita. Quel mare lui lo vedeva, il mare è conforto e fuga, come un sentimento vissuto eppure vivido, da cui farsi ancora un poco spaventare.
Avrebbe lasciato la finestra aperta ancora molto a lungo, avrebbe baciato l’aria con segnali di fumo. Domato onde dentro la sua testa.

Avrebbe aspettato.

lunedì 9 gennaio 2012

del mare


Il mare arrabbiato.

Appena fuori dal porto urlava di spuma, urlava senza voce dal punto in cui io stavo a guardarlo col timore che si deve a chi è più vecchio di noi. Si sollevava e si ripiegava su se stesso con una foga che lo rimestava e lo rendeva folle di verde e marrone e poi di bianco e blu notte. Ma non dovevano essere parole confuse le sue perché, ho questa convinzione, in natura esiste la precisione degli elementi anche quando paiono impazziti: piuttosto parole scandite a voce altissima, in un’evidenza inascoltabile forse. Esattamente come quelle umane, che si presentano al cuore o all'orecchio: le lasci entrare con tutta la pienezza di cui sono capaci, le lasci scavare e seminare. Le parole. Che siano di bellezza o di dolore, sono lì, poggiate sul fondo della testa, a volte tradite da un gesto involontario di cui sono guanto invisibile.

Il vento ci scompigliava senza chiedere il permesso. Asciugava gli occhi, le ciglia caramellate del mio sale.

Il mare arrabbiato era un rassicurante mistero se guardavo i miei piedi camminare sulla terra.

giovedì 15 dicembre 2011

Le cose che so fare. Esercizio rubato alla Mich, sulla scia della Chiara.


So stare in silenzio. La solitudine silenziosa è la mia sciarpa di lana spessa: a volte mi fa paura, altre mi conforta e mi riscalda. Sto cercando di addomesticare la parte spaventevole con l’introspezione, lunghe e-mail (che non sempre invio) e il mio quaderno degli appunti e delle storie.
So fermarmi ad ascoltare: una voce che mi parla, le parole scritte da qualcuno, una nave che salpa, ritagliandola con cura dal rumore di fondo della città indaffarata.
Se me li chiedessero, sarei in grado di dare buoni consigli, ne sono convinta: sono una persona dotata di buon senso e molta empatia. Anzi spesso mi sorprendo ad anteporre gli altri a me stessa, ma non me ne preoccupo quasi mai.
So raccogliere e trattenere i dettagli, anche quelli banali. La memoria è la condanna e la salvezza dei miei pensieri. Di dolore o gioia, saper ricordare è sempre un atto d’amore e di generosità per me.
So rovesciare la timidezza in allegria e in senso dell’umorismo, basta darmi del tempo e degli amici (e forse anche un mojito).
A causa di lunghi e ripetuti ascolti di My Favorite Things di Coltrane, ne anticipo nella mia testa ogni movimento, godendone un attimo prima che arrivi. Se fosse una poesia fatta di parole, ma lo è ed è fatta di musica, saprei quasi recitarla a memoria.
So lasciarmi sedurre dai colori e dalle forme degli oggetti e secondo me sto imparando a sceglierli e ad accostarli con una buona visione d’insieme o forse solo un pizzico di fortunato intuito.
Sto riscoprendo la bellezza del cucinare: le ricette esercitano la mia precisione, la mia pazienza, la mia manualità, la mia (poca) capacità d’improvvisare. E, non lo immaginavo, ma sto diventando brava in tutto questo.
So dire grazie, so chiedere scusa, so domandare posso. Con tutta la sincerità di cui dispongo.
Mi manca tanto non poterlo fare ogni giorno, ogni giorno senza è un giorno un po’ sprecato, ma io lo so: so di saper abbracciare, stringere, accogliere una testa sulla spalla.

(qui due esercizi che ti fanno innamorare di chi li ha scritti: Mich, l’iniziatrice, e Chiara)



lunedì 28 novembre 2011

compiti a casa

Le ho scritte con il timore dell'ovvietà, eppure mi ci sono accomodata dentro mentre le sfogliavo in testa, una dopo l'altra: "questa cosa la conosco bene, quest'altra l'ho solo sfiorata, ma mi fido di lei". E mentre le scrivevo pensavo che l'ovvietà è ben più difficile e meno scontata nella vita di tutti i giorni. In alcuni momenti, le dieci cose mi chiamano, mi dicono "ti sei già scordata di noi?". Sono qui.
Io lascio la pagina aperta, come un ricettario in cucina, che mi ricordi le dosi, gli ingredienti, i tempi, che non ammette distrazioni, ma magari solo guizzi di fantasia (se nella dispensa manca qualcosa). E forse delle altre cose, che ancora non conosco, arriveranno.

Ringrazio gli accoglienti amici di LS. Se cercate col tag "le dieci cose", ne vengono fuori di magnifiche. Le dieci cose si mescolano (sono fatte così) e le tue diventano anche un po' le mie.

martedì 20 settembre 2011

fuor di parentesi

Se la mia voce avesse un colore sarebbe scuro, penso. Ma non omogeneo, piuttosto sarebbe sfumato qua e là e rarefatto nei punti in cui la sento uscire sottile. Io ho una voce grave, spesso ha vergogna di venir fuori, anche al bar, se chiedo un caffè e devo scavalcare il vocio che mi circonda. E quando si fa trasparente e quasi si spezza, nel momento stesso in cui sento venir meno il fiato su una manciata di sillabe, io scuoto la testa e ripeto a me stessa: "ecco, sarebbe bastato poco e invece non ti sei fatta sentire". Mi risuona così da dentro, quando viene su dal petto, dalla gola e arriva alla bocca, ma purtroppo non so dire esattamente come vibra fuori perché un imbarazzo strano mi impedisce di ascoltarla. Non so se sia stata sempre questa la mia voce: adesso, che talvolta esercito più il silenzio che le parole, mi pare si sia fatta più bassa ancora. Eppure so che desidera raccontare, dire, essere, segretamente ama cantare anche. Spesso penso che mi piacerebbe avere una di quelle voci capaci di esplosioni contagiose di risate, di acuti incontenibili di felicità e di sorpresa, di morbidezza che non dice, ma carezza, di fermezza che scuote e non ferisce. Sono le voci che amo ascoltare o leggere ed immaginare, ché le parole, per me, hanno il timbro di chi le ha scritte.
La mia sembra un tronco d'albero, invece: duro e rugoso vicino alle vecchie radici nascoste, perso nel vento sulla sommità dei rami. Imparerò ad amarla, questa voce di foglie.

martedì 30 agosto 2011

due

Ho queste due mani, forse delle mani un po’ incapaci, ho delle mani grandi, io credo, e senza cura e le unghie mangiucchiate e due macchie sottili speculari, sopra i pollici, che son due piccole cicatrici di denti, che sono il mio inverno ma escono col primo sole, e senza anelli le dita che vorrebbero saper fare, dipingere e scrivere e tapparmi il naso se mi tuffo in mare o avvolgere il cristallo dei pensieri senza che si rompa in pezzi piccoli o sorreggere i pezzi senza avere troppo male, e contare i giorni che passano, o forse contare i giorni che vivono di cose belle, solo talvolta lasciate un po' sbiadire, e di qualche fitta, e scandire i battiti di un movimento che suona in testa e suona nelle orecchie e seguire, per me che adesso sto imparando a leggere, riga dopo riga, parole limpide da cui lasciarmi attraversare, sfogliare voci che parlano, pagine che cantano, pensieri che, in silenzio, ascoltano e si fanno ascoltare.
E poi, ecco, se mai ho avuto la fortuna di conoscere un cuore, io penso di averne visto un po’ nelle mani di chi lo porta dentro.

giovedì 9 giugno 2011

i buchi della coperta

Stasera, tornando da lavorare, ho distratto gli occhi dalla strada, ed ho scoperto il cielo. Aveva addosso una coperta lanosa di nubi, una di quelle coperte mangiate dall'affetto, consumate e corte, con qualche buco qua e là a far passare la luce calda e rassicurante del sole e dell'azzuro quieto del giorno che finiva.


Ed ho pensato a quanto si possa osservare meglio la meraviglia, talvolta, se gli occhi sanno commuoversi e concedersi ai buchi silenziosi della coperta che la custodisce.