Stamattina ti ho lavata. L'averti usata a mo' di coperta la notte, me lo ha imposto. Però mi sono detta devo lavarti piano, devo lavarti poco, solo sapone, ma giusto il necessario, forse anche meno, qualcosa deve restare.
E mentre ti lavavo, era come se stessi lavando me stessa, ma controvoglia. Via gli umori della notte, via il mio odore, solo le dita, l'acqua, la schiuma e te. Allora mi sono detta devo farlo senza strofinare, come se lavassi un bambino e temessi che mi sfugga dalle braccia, qualcosa deve restare. Ho percorso tutti i centimetri di stoffa con gli occhi e con le mani, prima con le mani, sui palmi scivolosi, e poi con gli occhi. Ti ho strizzata docilmente, con forza trattenuta.
Poi ti ho portata fuori, col sole di settembre ancora caldo, e ti ho appesa a un filo. Ho lisciato le pieghe, una ad una, mentre iniziavi a gocciolare. Ho lasciato che mi bagnassi sui piedi e sulle cosce. Via le gocce, una ad una, sempre più intense, più veloci. E vederti appesa a un filo mi ha fatto mordere le labbra e scuotere la testa. Allora ho messo la mia faccia nel mezzo della tua, io che riesco a malapena a sostenere gli sguardi altrui. E nel fondo omogeneo di quel colore, ho immaginato le tue screziature senza nome. E ho visto che era ancora tutto scritto lì.
- Qui lo ha letto Elle -