C'è stato un momento nella mia vita, parecchio tempo fa, in cui disegnavo, ma disegnavo davvero, una fantomatica donna invisibile che avevo in testa o forse in corpo; c'è stato un momento in cui mi obbligavo ai grandi scavi, più sotto si andava meglio era, ti servirà mi dicevano, mi servirà mi ripetevo; c'è stato un momento in cui volevo sentirmi molto leggera, più leggera di chiunque altro, forse era colpa della donna invisibile che avevo in testa e avevo in corpo: ero dotata di una strana forma di leggerezza però, che non mi portava verso l'alto ma piuttosto mi trascinava a terra. Non avevo capito nulla.
Poi qualche anno dopo, ho ritrovato il quaderno degli appunti della donna invisibile. Ne ho avuto orrore e tenerezza e vergogna e paura e l'ho buttato. Non avevo capito nulla. Non avevo capito che si cresce, si cambia o si rimane sempre un po' uguali a se stessi, le persone passano, ti attraversano, rimangono con te. E tu con loro. Non avevo capito che resta sempre qualche pagina da sfogliare: qualcuna devi tornare a leggerla, con dolore, da sola; qualcun'altra te la fai raccontare; qualcun'altra ancora, a volte, capita che la strappi. La strappi con le tue mani, certo, le mani visibili della donna visibile.
A me però piace pensare che ci siano anche altre dita, dita invisibili di mani che ami, che tirano via quelle pagine insieme a te.