lunedì 30 novembre 2009

Ottima visibilità # 2









C'è stato un momento nella mia vita, parecchio tempo fa, in cui disegnavo, ma disegnavo davvero, una fantomatica donna invisibile che avevo in testa o forse in corpo; c'è stato un momento in cui mi obbligavo ai grandi scavi, più sotto si andava meglio era, ti servirà mi dicevano, mi servirà mi ripetevo; c'è stato un momento in cui volevo sentirmi molto leggera, più leggera di chiunque altro, forse era colpa della donna invisibile che avevo in testa e avevo in corpo: ero dotata di una strana forma di leggerezza però, che non mi portava verso l'alto ma piuttosto mi trascinava a terra. Non avevo capito nulla.


Poi qualche anno dopo, ho ritrovato il quaderno degli appunti della donna invisibile. Ne ho avuto orrore e tenerezza e vergogna e paura e l'ho buttato. Non avevo capito nulla. Non avevo capito che si cresce, si cambia o si rimane sempre un po' uguali a se stessi, le persone passano, ti attraversano, rimangono con te. E tu con loro. Non avevo capito che resta sempre qualche pagina da sfogliare: qualcuna devi tornare a leggerla, con dolore, da sola; qualcun'altra te la fai raccontare; qualcun'altra ancora, a volte, capita che la strappi. La strappi con le tue mani, certo, le mani visibili della donna visibile.


A me però piace pensare che ci siano anche altre dita, dita invisibili di mani che ami, che tirano via quelle pagine insieme a te.

lunedì 23 novembre 2009

tristezza nebulizzata*





Oggi tornavo in treno, verso casa, un po' di questo nelle orecchie e un nuovo libro tra le mani... E pensavo, guardando la luce aprirsi uno spiraglio nella nebbia e il cielo riacquistare poco a poco l'intensità dell'azzurro, che erano esattamente quelli i colori giusti.

Che non c'è tristezza nebulizzata* che tenga, se il sole te lo regalano gli altri.








*lo Splendido, parlando della pioggia che diventa nebbia (o della nebbia che diventa pioggia?) della domenica pomeriggio...



giovedì 12 novembre 2009

E se si vestissero a tema?




Stasera siamo uscite dall'ospedale. Non ricordavi la strada per casa, credo non l'avessimo mai fatta prima. Io forse, tu no. Allora io davo le indicazioni e tu ripetevi "per fortuna, per fortuna ci sei!". Poi all'improvviso mi hai detto "andiamo a mangiare fuori, insieme!". Non succedeva da una vita. O forse mai successo. Abbiamo diviso il dolce e non sapevamo che razza di noci ci fossero dentro. Ecco, io e te siamo quelle delle pause lunghe, lunghissime, degli occhi che vagano intorno piuttosto che guardare diritto, delle frasi improvvise che dal nulla nascono e silenziose finiscono. "e se i camerieri si vestissero a tema?" "ci pensavo anch'io..." "sarebbe carino, eh?" "no, in realtà non stavo proprio pensando a questo..." "l'ho capito sai, Laura, per quello te l'ho detto".



Io e te abbiamo paura, ancora, di raccontarci quello che siamo.

domenica 8 novembre 2009

Ottima visibilità

A me serve. Serve guardarlo dall'alto, di modo che il molo infinitamente lungo sembri solo una manciata di sassi disposti con rigore geometrico da una mano grande quanto la mia; serve guardarlo quando la luce della mattina restituisce un blu saturo, di una bellezza quasi sconosciuta, che mi lascia godere, felicemente ignara delle sue profondità. Via le divagazioni, via le derive, via i rumori di fondo e i rumori dentro. Non servono. E' solo superficie e la superficie, che si espande ben oltre i limiti dello sguardo, ti basti. Lui lo dice piano. E i miei occhi gli credono.




(SilverSpirit, invece, che su tanta superficie vorrebbe salpare, è ferma in porto. Forse già da un po'. Curiosi i nomi delle navi, che ti parlano di libertà...)