martedì 20 settembre 2011

fuor di parentesi

Se la mia voce avesse un colore sarebbe scuro, penso. Ma non omogeneo, piuttosto sarebbe sfumato qua e là e rarefatto nei punti in cui la sento uscire sottile. Io ho una voce grave, spesso ha vergogna di venir fuori, anche al bar, se chiedo un caffè e devo scavalcare il vocio che mi circonda. E quando si fa trasparente e quasi si spezza, nel momento stesso in cui sento venir meno il fiato su una manciata di sillabe, io scuoto la testa e ripeto a me stessa: "ecco, sarebbe bastato poco e invece non ti sei fatta sentire". Mi risuona così da dentro, quando viene su dal petto, dalla gola e arriva alla bocca, ma purtroppo non so dire esattamente come vibra fuori perché un imbarazzo strano mi impedisce di ascoltarla. Non so se sia stata sempre questa la mia voce: adesso, che talvolta esercito più il silenzio che le parole, mi pare si sia fatta più bassa ancora. Eppure so che desidera raccontare, dire, essere, segretamente ama cantare anche. Spesso penso che mi piacerebbe avere una di quelle voci capaci di esplosioni contagiose di risate, di acuti incontenibili di felicità e di sorpresa, di morbidezza che non dice, ma carezza, di fermezza che scuote e non ferisce. Sono le voci che amo ascoltare o leggere ed immaginare, ché le parole, per me, hanno il timbro di chi le ha scritte.
La mia sembra un tronco d'albero, invece: duro e rugoso vicino alle vecchie radici nascoste, perso nel vento sulla sommità dei rami. Imparerò ad amarla, questa voce di foglie.