lunedì 9 gennaio 2012

del mare


Il mare arrabbiato.

Appena fuori dal porto urlava di spuma, urlava senza voce dal punto in cui io stavo a guardarlo col timore che si deve a chi è più vecchio di noi. Si sollevava e si ripiegava su se stesso con una foga che lo rimestava e lo rendeva folle di verde e marrone e poi di bianco e blu notte. Ma non dovevano essere parole confuse le sue perché, ho questa convinzione, in natura esiste la precisione degli elementi anche quando paiono impazziti: piuttosto parole scandite a voce altissima, in un’evidenza inascoltabile forse. Esattamente come quelle umane, che si presentano al cuore o all'orecchio: le lasci entrare con tutta la pienezza di cui sono capaci, le lasci scavare e seminare. Le parole. Che siano di bellezza o di dolore, sono lì, poggiate sul fondo della testa, a volte tradite da un gesto involontario di cui sono guanto invisibile.

Il vento ci scompigliava senza chiedere il permesso. Asciugava gli occhi, le ciglia caramellate del mio sale.

Il mare arrabbiato era un rassicurante mistero se guardavo i miei piedi camminare sulla terra.

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