Il mare arrabbiato.
Appena fuori dal porto urlava di
spuma, urlava senza voce dal punto in cui io stavo a guardarlo col
timore che si deve a chi è più vecchio di noi. Si sollevava e si ripiegava su
se stesso con una foga che lo rimestava e lo rendeva folle di verde e marrone e poi di
bianco e blu notte. Ma non dovevano
essere parole confuse le sue perché, ho questa convinzione, in natura esiste la
precisione degli elementi anche quando paiono impazziti: piuttosto parole
scandite a voce altissima, in un’evidenza inascoltabile forse. Esattamente come
quelle umane, che si presentano al cuore o all'orecchio: le lasci entrare
con tutta la pienezza di cui sono capaci, le lasci scavare e seminare. Le parole. Che siano di bellezza o di
dolore, sono lì, poggiate sul fondo della testa, a volte tradite da un gesto involontario di cui sono guanto invisibile.
Il vento ci scompigliava senza
chiedere il permesso. Asciugava gli occhi, le ciglia caramellate del mio sale.
Il mare arrabbiato era un rassicurante
mistero se guardavo i miei piedi camminare sulla terra.
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