mercoledì 1 febbraio 2012

al riparo

Ieri mattina mi trovavo lungo la strada che mi conduce nel posto dove mi sforzo di far lavorare i muscoli e il respiro. Camminavo reggendo l'ombrello con una mano, mentre al braccio dell'altra avevo la borsa e la sacchetta del cambio. Ad un tratto ho avuto la precisa sensazione di possedere un equilibrio instabile sui miei passi, di non sapere dove guidarli. Ho distolto lo sguardo e l'ho buttato oltre la muraglia che copre il mare, dall'altra parte della strada. Ho respirato. Perché torna? Perché i dolori si rinnovano, perché quando si pensa di poter fare a meno dell'aiuto di mani estranee o parole dette dalla vetrina della propria vita, ricade addosso l'urgenza, la necessità di averli di nuovo, sciolti dal guinzaglio della propria volontà? Perché far lavorare quello che a toccarlo o solo a pronunciarlo fa dolore? Non pretendo di addomesticarlo, il dolore, non ho paura di viverlo credo, ma di viverlo troppo a lungo. Di fare dei giorni, granelli di sabbia.
E poi ho messo la mano in tasca e avevo un bacio di dama, uno di quelli con l'incarto, che amo molto. Il sapore buono di una giornata fredda, specie vicino al mare. Non ho pensato mai di dover alleggerire le tasche per camminare meglio. Le mani stringono poi quello che capita, lasciato lì per dimenticanza o per errore o per riguardo verso se stessi, al riparo di un lembo di stoffa.

2 commenti:

Clockwise ha detto...

parole belle da piangere

Laura ha detto...

Io ti ringrazio molto.
Non so, le ho scritte con un peso nel cuore a cui non so che forma dare, qualche lacrima e un po' di incoscienza perché sono trasparenti: le vivo, ecco.

(Ma grazie però.)