giovedì 14 giugno 2012

tornare

Si può tornare, si può. Ti chiamo a me sul bordo di questo letto, ti chiamo, batto la mia mano sul materasso, in modo impercettibile, ti dico di venire, io sono disarmato. Si può tornare, anche da vecchi e stanchi, i pensieri ti hanno circumnavigata, il corpo con loro: ho paura di farti paura. Che pretesa ho. Mi sdraio su questa metà di letto, profuma di fresco, le lenzuola tese come l'assenza, lise  dalla cura quotidiana che impedisce alle macchie di tornare: se ne colgono solo i profili indefiniti, niente d'importante. Non ti ho portata con me, ti ho chiesto di andare, ti chiedevo di aspettare? Allora aspetta, fammi dire, le nubi hanno trascritto un tramonto commuovente stasera. Un sole seminascosto dettava la sua esplosione silenziosa. E poi il viola e il blu, quiete sillabe, le ultime. Ho pensato, dentro di me, di dover dover ringraziare qualcuno, oggi, per questo. Se tu adesso, da così vicino, mi toccassi, se vedessi questo mio corpo come io lo porto addosso, ogni sua parte non è carne, è un sentimento e un sentire o un aver sentito che mi scuote ancora e mi cresce dentro, le mie dita, il mio collo, i miei capelli, la mia bocca, il mio ventre, il mio cazzo, i miei occhi, tu mi crederesti senza bisogno di parlare. Ho più paura io, su questa metà di letto che abbiamo sgualcito, ho più paura.

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