martedì 19 giugno 2012

un posto del cuore (ispirato dalla Mitia)

Ho scoperto di recente uno dei luoghi che più mi sta a cuore in questa mia città, che tanto facilmente mi fa disinnamorare di sé (ma non le do le tutte le colpe), ed un parco in cima ad una collina, appena dietro casa. La visuale, quando si entra e si percorre lo stradello di ghiaia in salita, si divide: se ti affacci da un lato, ti si offre la vista dei tetti, integri e sfondati, della sua parte antica, le cupole delle chiese, i palazzi che declinano verso il porto operoso; l'occhio è attratto dalle navi che entrano ed escono, dai metalli delle gru, dalla regolarità delle luci lungo la costa, dai blocchi bianchi delle banchine; l'orecchio si abitua al rumore sordo del lavorìo continuo che ti fa percepire la pancia acquatica della città.
Poi, se volti le spalle e sali ancora, ecco che, sul versante opposto, si apre la distesa del mare aperto, l'incontro perfetto tra i blu di onde e cielo e il verde a picco della collina; poco sotto,  l'anfiteatro romano, con le sue solitarie pietre che nessuno ascolta, si affaccia anche lui sul lato selvaggio, con antica fierezza. Quando vado con mia mamma (da piccola giocava non lontano da qui), ed il cane Eva a passeggiare e ci fermiamo a guardare, lei mi dice "che inquietudine questo mare che non sai dove finisce". Io guardo le navi che prendono il largo nel silenzio ventoso, diventano macchie e poi puntini accompagnati dall'occhio invisibile, ma rassicurante, del faro sopra le nostre teste, e penso di no.

(la Mitia la leggete qui)

sabato 16 giugno 2012

un tavolo

C'è una cosa per cui sto recuperando una mancanza del passato (anche se ho imparato che ci sono forme di passato assai più prossime nel tempo, a cui poter attingere, che remote e inespugnabili) ed è il piacere di condividere il fare in cucina: il ritrovarmi attorno ad un tavolo insieme agli amici lontani, ciascuno con la propria mansione, più o meno (ma non credo sia importante), guidati dalla fantasia e dai gesti esperti di chi ci accoglie. Ho scoperto il gusto di tritare, tagliare, mescolare, dare forma, osservare, fermarsi ad odorare l'aria e le mani, quando sanno di zenzero, erbe aromatiche, frutta secca, vaniglia, spezie, agrumi; assaggiare le pietanze via via che i sapori prendono definizione ma ancor più alla fine, perché capita che si reinventino un po': "E una spolverata di mandorle tritate, come ci starebbe? E se aggiungessimo un cipollotto fresco?". Il tavolo della cucina diventa un'isola verso cui ognuno si muove e in cui si va in esplorazione, a cui ciascuno approda. C'è anche chi vi naviga attorno con circospetta curiosità, credo nessuno se ne tenga a distanza: è un cuore troppo vivo e profumato, tentatore, una felice confusione di ingredienti, strumenti, voci, in cui le chiacchiere e le risate si alternano al silenzio, che sia di concentrazione, di riposo, di semplice star bene così. Una partitura tra le cui righe ci si sente a proprio agio, sorprendentemente intonati.
Ho imparato anche che, nella condivisione, la cucina non ammette timidezza, semmai la trasforma. Che è un piacere straordinario, eppure semplice, lasciar raccontare ai palati altrui una piccola parte di quello che si è o, se si ha questa fortuna, di quello che si è insieme. 

giovedì 14 giugno 2012

tornare

Si può tornare, si può. Ti chiamo a me sul bordo di questo letto, ti chiamo, batto la mia mano sul materasso, in modo impercettibile, ti dico di venire, io sono disarmato. Si può tornare, anche da vecchi e stanchi, i pensieri ti hanno circumnavigata, il corpo con loro: ho paura di farti paura. Che pretesa ho. Mi sdraio su questa metà di letto, profuma di fresco, le lenzuola tese come l'assenza, lise  dalla cura quotidiana che impedisce alle macchie di tornare: se ne colgono solo i profili indefiniti, niente d'importante. Non ti ho portata con me, ti ho chiesto di andare, ti chiedevo di aspettare? Allora aspetta, fammi dire, le nubi hanno trascritto un tramonto commuovente stasera. Un sole seminascosto dettava la sua esplosione silenziosa. E poi il viola e il blu, quiete sillabe, le ultime. Ho pensato, dentro di me, di dover dover ringraziare qualcuno, oggi, per questo. Se tu adesso, da così vicino, mi toccassi, se vedessi questo mio corpo come io lo porto addosso, ogni sua parte non è carne, è un sentimento e un sentire o un aver sentito che mi scuote ancora e mi cresce dentro, le mie dita, il mio collo, i miei capelli, la mia bocca, il mio ventre, il mio cazzo, i miei occhi, tu mi crederesti senza bisogno di parlare. Ho più paura io, su questa metà di letto che abbiamo sgualcito, ho più paura.