venerdì 28 dicembre 2012

Vorrei chiedervi

Vorrei chiedervi se i desideri detti ad alta voce perdono la forza del loro realizzarsi. Io non lo so, non mi stupirei se fosse vero, però ho deciso che forse posso scriverli, così si confondono un po’ tra una pagina e l’altra, si dimenticano di loro stessi (io non potrei di loro), e va a finire che si trasformano in cose mie, in tempo che posso toccare. Io auguro a me, ma anche a voi se vi va di prendere un po' di questo desiderio, di viaggiare, ma viaggiare davvero, mappe alla mano, e di avere accanto dei compagni in questo andare; partire per inventare giorni nuovi su strade nuove e pensieri da percorrere con scarpe comode, di quelle adatte a sentieri che conducono verso magnifiche vedute; avere anche le valigie del ritorno da disfare, ma mai riposte nello scaffale troppo in alto. Sotto il letto, magari. Rischiando di trovarci un gatto che sonnecchia beatamente dentro.

Io mi auguro così.

martedì 11 dicembre 2012

una lettera

Caro amico,
se tu sapessi come mi tremano i pensieri mentre lo scrivo. Mi pare di bucare il foglio e invece buco solo questo brandello di cuore. Cosa si dice ad un amico che non si saluta da molto? Cosa si chiede, dietro il velo del pudore, della riservatezza necessaria, del silenzio forte come roccia che non è dimenticanza ma sopravvivenza? Non posso farmi aiutare da questo brandello di cuore, amico caro, non posso. Forse non posso neanche domandare, ma attendere, senza insinuare o immaginare. Una parola avvinta all'altra come nodi in una fune. Sperare nella salvezza della fune o magari lasciarmi dondolare. Sono abbastanza saggio, o abbastanza incosciente, da poterlo fare.
Ho parlato sottovoce, mi hai saputo ascoltare, talvolta tradurre con parole a me sconosciute. Hai saputo restituirmi i colori che non avevo, in un'amalgama che ci ha sorpreso perché ti sei dipinto di me a tua volta. Lascia che ti dica, amico, quanto ho camminato in questo tempo, ho camminato e atteso che la vita si compisse. La vita, che parola. Io che sono un incapace della felicità, io che sono uno spettatore, un pavido che desidera il fuoco, che davanti alle vetrine sfavillanti osserva, disegnando aloni di vapor acqueo e di desiderio. Che respira sulle soglie e bussa troppo piano per poter entrare. Che dice "ti amo" e ti ha già perso. Che pensa che un cazzo sia molto simile ad un cuore, che assurdità, e si può amarli con la stessa intensità, che assurdità deliziosa.
Amico mio, lontanissimo. Non devo più chiedermi "dove t'ho perduto?", con l'ostinazione di chi vorrebbe fermare tutto. Non vorrei neppure avere l'ostinazione di chiamarti "amico", ma il tuo nome inciampa sulla mia lingua e non riesco a dirlo né tanto meno a scriverlo, non ancora. Lo scrivevo per me, a margine dei libri, sul biglietto del tram. Ad uso e consumo dei miei occhi. E poi l'ho dimenticato, l'ho messo a riposare sul cuscino dei pensieri più profondi, quelli che ci svegliano di notte e si mascherano di innocenza di giorno.
Amico, se potessi ti porterei di fronte al mare. Lascerei che fosse lui a prendere la tua voce col fragore delle onde. Stamattina il vento voleva portarmi via, sai? Quello che ci teneva saldati insieme con braccia forti, che mai ci avrebbe trascinato dove non avremmo voluto. "Che scherzi pure con i nostri capelli... finché ne abbiamo!", dicevi. Glielo avrei concesso, di portarmi via, ma non perché non m'importi abbastanza di me: perché desidero andare finalmente, senza sapere di dover tornare. Ma se devo andare, desidero sapere che queste parole se ne sono state un po' raccolte nella conchiglia accogliente delle tue orecchie. Se devo andare, desidero per poco più di un attimo appartenere alle tue, io che non so ancora come si saluta un amico lontano che non si sente da molto.

L.

domenica 2 dicembre 2012

soliloquio di un ombrello

Voi pensate che sia un mestiere facile il mio, che mi trastulli a zonzo per la città, che la mia breve vita valga due soldi e molto spesso anche meno. Provateci voi a riparare le teste, a riparare i cuori, contro il vento sferzante che sfida la forza delle mie fragili braccia, a sostenere lo sguardo e le espressioni, le esternazioni del cielo plumbeo. Provateci voi a proteggere le parole o silenzi o i pensieri che salgono dalle teste, ad ascoltare telefonate, compiti, liste della spesa, “dove è finita la nostra felicità”, “dove ho parcheggiato la macchina”, di mano in mano, di strada in strada. Provateci voi a vivere appena sopra la vita vera, a prendere di questa l’umida essenza, senza poter dire, senza poter evitare di raccoglierne il peso sopra e, talvolta, il peso sotto. Ad essere scossi energicamente per non contaminare il calore o l’asciutto dei luoghi riparati, di cui non si è degni sino a che non si è sciolta l’ultima lacrima. Ad essere dimenticati anche, senza sapere dove si andrà né con chi. Provateci.

Bisogna amare l’umanità.