martedì 1 ottobre 2013

Un racconto al futuro



L’epoca degli uomini invisibili dispensatori d’amore

(Un racconto che ho scritto nel tempo di un'estate e che ora si trova qui, in piacevolissima compagnia.)

Mi svegliai, come ogni mattina, all’alba. Aprii lentamente gli occhi sul soffitto, cercando di mettere a fuoco. Non c’erano ancora parole per me. Mi convinsi di essere sospesa tra sonno e veglia. Aspettare. Ecco cosa dovevo fare. Le lenzuola avevano creato un gorgo, come a intrappolare le mie gambe. “U., sono qui, non mi vedi? Non senti questo cuore che batte, che ti galoppa dentro?”, pensai, cercando intensamente di mettere a tacere il dubbio, come in equilibrio sul baratro della presunta assenza. Mi girai su un fianco. E poi nuovamente sulla schiena. No, non c’erano sue parole lassù. Soffocai la testa nel cuscino. Avevo al faccia bagnata. Di sudore? Di lacrime? Avevo oltrepassato il limite? Lo avevo tradito sulla mano di uomo che potevo toccare.


U., mio marito senza corpo. Quello che resta alle “senza speranza” di questo mondo, alle donne che non possono star sole, che si fanno abitare da qualcosa che c’è eppure non esiste. L’ultimo ritrovato della scienza adesso è alla portata di tutte: l’uomo che si modella sui vostri desideri, senza le incombenze della vita pratica! L’uomo trasparente ma presente: si installa in pochi minuti e vi regala la fedeltà eterna. U. scriveva poesie sui muri un po’ anneriti del mio appartamento, mi chiedeva cosa avrei mangiato a pranzo, mi ascoltava. Mi rimproverava. Mi trovava bella. Lui era la mia casa, lui scriveva nella mia casa: la parete della cucina animata da sillabe, una dopo l’altra, il vetro dello specchio del bagno, il soffitto della camera da letto. Potevo indovinare il calore del suo passaggio, non c’era alcun suono tra noi. Mi salutava la sera, alleggeriva i miei pensieri senza neppure doverli pronunciare. Li trovavo scritti, penetrati, scomposti: una pasta dolce come latte concentrato. Il tempo di sbattere le ciglia e non c’erano più o ce n’erano di nuovi. Io ero troppo vecchia per desiderare altro, troppo giovane per morire di solitudine. A me bastava questo? A me bastava.


Come ci è finita la tua mano, che è la mia mano, nella mano di R.? Cos’è questa incursione del reale nell’ideale che siamo io e te, la donna dal grande corpo e l’uomo che non esiste? Sai dirmi c o s’ è? Perché ho deciso che non ti capirò da dentro, se non sarai tu a parlare.


Come potevo spiegargli? Mi aveva letto nel pensiero. Era abituato a rubarmene, di pensieri, era il patto naturale tra un marito e una moglie. Come potevo immaginare io il tocco di una mano, la vibrazione della pelle sulla pelle, se non perdendomi in ricordi lontanissimi, ripiegati nell’epoca in cui gli uomini invisibili non esistevano?

Successe.


R. me la prese una sera, prima distrattamente e poi, accortosi di averla tra le dita, indugiando volontariamente, grattandomi, con sconosciuta dolcezza, il palmo con il suo dito medio. Mi stava dicendo qualcosa? Perché io non ero abituata a parlare e lui neppure. Durò alcuni secondi e poi ci ritirammo. Mi guardò R., il mio collega taciturno dei lunghi turni notturni nella fabbrica di collaboratrici domestiche per borghesi facoltosi, alla periferia del piccolo distretto e del mio cuore, mi guardò con la mia mano nella sua, mi guardò come a dirmi che, in quel momento, lui era il suo dito: io ero la vulnerabilità scoperchiata del palmo nudo, del guanto da lavoro lasciato scivolare via. Aveva dita forti, unghie corte, bianche come conchiglie. Mani vere. Dove mi stai portando? Gli chiesi con gli occhi. E poi mi venne in mente come si fa l’amore con un uomo. Un uomo il cui nome comincia con la R di realtà.


Successe e non avevo giustificazioni per i voli dei miei pensieri.


Vorrei poterti scrivere addosso anche io, non parlare, vorrei dirti, ma è troppo tardi, non vedi che sono un’ostinata incapace della felicità? Vivo di voli e mi trascino a terra. Cosa sono io, se non la bellezza delle tue parole? Cosa sono? Nulla che un corpo possa darmi. Non più. La cosa che più amo è sapere che questo involucro è abitato da te. Non da me, da te.


Riaprii gli occhi appena in tempo per vedere, in una nuvola leggera, offuscata dal velo acquoso dei miei occhi, una manciata di lettere in dissolvenza sul soffitto.


N o n  p i ù.


Poi, col cuore sospeso tra quegli spazi, mi girai su un fianco. L’altro. Il respiro di sogno, profondo e ritmato, di R. scandiva l’ingresso ambrato del sole dalla mia finestra.