lunedì 17 novembre 2014

senza

Ho perso il conto delle settimane assopite. Ho lasciato che l'autunno (che ha il mio colore preferito) se ne andasse, senza riguardo, senza meraviglia, senza evasione, tra i vuoti di un lavoro e i vuoti di una casa e il troppo pieno della famiglia, a cui non sempre si può spiegare. Sono ingiusta e ingrata. Questo vuoto sono io, che sono incapace di riempire.
E' tornato un vecchio nemico, mi fascia la testa: cosa ci fa qui, la mattina, non lo so, lo lascio (dis)fare perché poi penso che se ne andrà. 
Lo trascino via dagli occhi. Ma non mi sento più leggera, mi sento solo più nascosta.
Mi sento senza parole, senza frivolezza, senza bellezza.
Mi sento senza.


giovedì 25 settembre 2014

L'archeologia dei sentimenti nelle foto

L'immancabile fazzoletto sulla testa, le guance piene, la maglietta che s'arrotonda sulla pancia, il sorriso incerto, con una punta di rassegnazione, gli occhi bassi, forse il puerile smarrimento dell'essere posata sul muretto, da sola (con un cane gigante alle spalle)... il tempo di una foto!
Non so quanti anni avessi, ma io, adesso, sono proprio lì.


mercoledì 30 luglio 2014

Il post senza poesia

Senza le immagini, senza le parole che mi piacciono, che suona così così. Che non ce n'era bisogno, che parla di me, insopportabile, come mi viene. Ti ho avvertito.

Nel post senza poesia, scrivo della mia stanchezza, dopo il lavoro, che si porta dietro quell'ultimo pensiero e quella frustrazione, della solitudine della cena e della sera. Sì, anche tu sai com'è, probabilmente. Ti spiego, anche se non ci credi, che da sola so stare, ma talvolta il silenzio non si sceglie. Da soli, ad esempio, non ci si abbraccia spesso o almeno non con le proprie estremità. Non ci si racconta a voce alta di quell'ultimo pensiero e di quella frustrazione. Li si lascia passare. Io rimescolo, rumino, li metto sulla mia pelle e in certi punti della mia interiorità (e del mio interno). So che succede anche a te, che torni a casa dai tuoi figli o dalla persona che ami. Non dico di no.
Non abbraccio come si deve, da un tempo che non ricordo: non so, a te capita di abbandonarti a qualcuno o di accoglierlo con desiderio? Ieri, ad esempio, ti hanno stretto? Ti hanno sussurrato qualcosa all'orecchio?
L'intimità, ecco come si chiama.

Non dirmi di imparare a stare bene con me stessa: io voglio stare bene con gli altri, io voglio essere doppia. Voglio essere un'isola con lunghi ponti che mi conducono alla terra ferma.

Nel post senza poesia, scrivo che non sopporto chi mi tratta con sufficienza, chi adopera le mie parole con malizia, chi mi parla a monosillabe, chi cerca qualcosa attorno a me e poi se ne dimentica e mi lascia inutili pensieri. Chi mi regalerebbe sedute di psicoterapia, e lo dice così, per ridere in ufficio. Pago io, senza ridere troppo però.
Nel post senza poesia, scrivo che non credo agli entusiasmi veloci, informatici, esibiti, credo agli entusiasmi in viva voce e in viva pelle, alle parole che spiegano con docile sincerità, al "ti ho pensato, mi fermo e te lo dico", ai "grazie", al tempo preso e regalato. Al tempo vissuto e viaggiato, a quello senza i click.

Nel post senza poesia, mi alzo e vado a lavare i piatti di ieri, quelli che "sono pochi, sono solo i tuoi". Un poco più leggera, forse. 
Senza poesia.

lunedì 28 luglio 2014

Le mollette da bucato (un gioco poetico)

Le guardo dalla finestra:
da un capo all’altro del filo,
si ergono tese,
dita colorate e plastiche
che pizzicano
mutande, canottiere, maglie,
calze, lenzuola, metri di tovaglie.
Si piegano solo al vento,
pazienti,
sul peso del bucato nuovo
e se talvolta sfuggono umide dalle mani,
da spighe sopra mari di panni,
si fanno virgole,
tra parole,
eco
nei cortili lontani.


[Grazie a AlessandraC e Vibrisse, che mi fanno giocare con le parole]

venerdì 27 giugno 2014

Ritornare

Ritornare.
L'ultima mattina ti ho guardata nella tua luce limpida e perfetta, ti ho percorsa con l'affanno dell'arrivederci. Mi sono ricordata dello stupore dei grattacieli, quelli che si sono aperti (o chiusi?) sulla mia testa dopo l'intrico ipnotico del metrò: la prima volta non potevo smettere di ridere del solletico della mia piccolezza, della sorpresa di tanta potenza, dei miei piedi leggerissimi e increduli sullo stesso asfalto dei giganti, dei miei occhi arrampicati sulla vitrea perfezione. Ti ho sorriso nello sguardo dei compagni di viaggio (i pochi ma buonissimi per me), l'ultima mattina: la malinconia felice sa di birra amara e chiara, con il nome di donna, consumata sopra un tetto, molto vicini al blu, molto vicini al sole, come seconda colazione, un po' di stordimento, zaino di nuovo in spalla e via. Via davvero, però.
Ritornare.
Ripartire in ogni parola, nelle foto, nelle promesse, nella bellezza degli incontri e dell'essere esattamente lì dove mi ero pensata. Nel mondo che mi verrà incontro mentre, con scarpe comode e consunte, lo percorro. Ancora e ancora.



venerdì 13 giugno 2014

"Tieni gli occhi ben aperti e non smettere di interrogarti su ciò che vedi"*

Parto.
Non sono pronta forse, ma non lo sono quasi mai. 
Ed è come se partissi con una nostalgia già dentro: la nostalgia del "prima", della prima volta, del primo sguardo su un orizzonte differente. Vorrei essere la valigia di me stessa, in questo viaggio, dopo tanto tempo passato a battere il naso sulla finestra. Non conosco i miei compagni d'avventura, ma sembra che ci faremo strada insieme: ho voglia di condividere, di guardare gli altri con gli altri, di parlare e ascoltare, di sorridere lo stupore e stupire il sorriso. Di scoprire: aprire porte, salire scale, varcare cancelli, mangiare cose che mai avrei creduto di raggiungere. Viaggio anche così: lascio indietro il silenzio delle giornate e metto i miei passi tra milioni di passi.
Parto. Verso un immenso e Nuovo Mondo.

*La frase a titolo del post è tratta da un piccolo, bel libro sulla New York da "assaggiare" di Paolo Cognetti, Tutte le mie preghiere guardano verso ovest, EDT.

ps. mi piacerebbe trovare il tempo di scrivere mentre sono via, ma probabilmente non riuscirò a farlo sulle pagine virtuali di questo blog. Porto con me una moleskine viola e poi, prometto, porterò qualcosa qui.

martedì 18 marzo 2014

34

Mi immaginavo plurale, mi immaginavo su una barchetta esile d'aspetto ma salda, di porto in porto, di vento in vento, a discutere della giusta direzione. Mi immaginavo delle mani e forse delle ginocchia (piccole) sulle spalle, grandi pensieri condivisi come tavole apparecchiate quando è festa. O quando si saluta un amico.
Navigo a vista invece, fantasticando piccole tratte, mi concedo lunghi bagni solitari, dove sono praticamente ferma, a pancia in su, portata dall'acqua, guardata dal cielo.

mercoledì 12 marzo 2014

Un po' prima della primavera

Adesso che è primavera, 
se non la vedessi, 
la sentirei comunque
scivolare nel naso, 
aggrapparsi ai polmoni, 
respirare azzurrità e verde tenero che cresce e parole inventate. 
Adesso che sono primavera anche io, 
ti aspetterei a casa 
oppure arrivando, 
ti troverei e
nel chiarore della sera,
distesa tra il blu e la lavanda, 
non potrei stupirmi:
scivoleresti nel naso, 
ti aggrapperesti ai polmoni, 
respireremmo parole sconosciute 
per farle innamorare.

mercoledì 29 gennaio 2014

"Sii gentile. Sempre"



Gli ospedali sono luoghi di profonda compagnia e profonda solitudine.

Di compagnia perché non si arriva mai, o quasi mai, soli, perché è concesso il tempo di visite prolungate, perché ci si mostra per quello che si è, senza farsi problemi che altrove, lì fuori, verrebbero chiamati “riservatezza”. Nelle attese ci si cerca con gli occhi, si sdrammatizza, alcune volte ci si morde le labbra, ma più spesso ci si sorride, con aria rassegnata. Si guardano soffitti o tablet o telefoni. Io ho scoperto di avere una vocazione per i soffitti: sono tristemente illuminati, vestiti di bianco sporco, non raccontano nulla, eppure, mi viene da dire, quanti pensieri o dolori o sospiri di sollievo avranno raccolto sotto il loro spoglio, freddo abbraccio.

La solitudine è quando ti portano via, per corridoi lunghi, è quando ti attraversa un tremore irrefrenabile, ti chiedono “sente freddo?” e ti coprono con teli termici, caldissimi. Ma è come un freddo interiore e misterioso, placato solo dalle gocce dell’anestesia: i muscoli passano dalla convulsione irrefrenabile alla calma, il gelo della tintura disinfettante è l’ultima cosa che ricordi, insieme alla gentilezza scherzosa delle persone che si occupano di te: “non deve preoccuparsi di nulla” “ma lo sa che la opera il nostro dottore bello?” “ti sei fatta attendere come una prima donna!”. Si sperimenta la vulnerabilità totale: eccomi, sono nudo, fuori e dentro, di fronte a voi, sono anche legato, mi ci affido totalmente a questo mistero metallico, come a una fede. Poi tutto si scioglie, con dolcezza inaspettata, nelle palpebre che cadono. Resta solo una cicatrice un poco dolorosa, a ricordare che siamo fatti di carne e speranza.

In questo tempo brevissimo (o lunghissimo) che mi ha toccato, che è stato come viaggiare nelle mie paure e nelle paure altrui, ho incrociato occhi di donne, occhi che cercano risposte, che si bagnano facilmente, che dicono tutto o non dicono, si censurano al pensiero della risposta peggiore. Ho ascoltato comprensione, torrenti impetuosi di parole, silenzio. Scricchiolii di dolore, di vergogna a volte. In questo tempo brevissimo, ho ripensato a una frase che ultimamente ho letto spesso in giro, del regista Mazzacurati, da poco scomparso, e che mai come adesso mi è parsa vera, sincera, praticabile: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.”

Ho pensato a quante battaglie silenziose, che cercano ascolto, di uomini e donne, di grandi e piccoli, passano ogni giorno per quei corridoi. Di quanta spontanea, sincera gentilezza, nella battaglia o nel tempo del riposo, non possiamo fare a meno.

giovedì 16 gennaio 2014

di tutto, di niente

Sono giorni dilatati, si ripetono, si incastrano nei percorsi che potrei tracciare a occhi chiusi. Sono giorni senza dormire, sembrano lunghissimi anche per quello, eppure passano senza chiedere il permesso, hanno dimenticato di avere un profumo, ma hanno l'odore e il conforto del cibo cucinato.
Hanno pensieri per le persone e desideri e nostalgie.
Pensieri scritti, concentrati, digitati, al posto di parole inzuppate nel tè.