mercoledì 29 gennaio 2014

"Sii gentile. Sempre"



Gli ospedali sono luoghi di profonda compagnia e profonda solitudine.

Di compagnia perché non si arriva mai, o quasi mai, soli, perché è concesso il tempo di visite prolungate, perché ci si mostra per quello che si è, senza farsi problemi che altrove, lì fuori, verrebbero chiamati “riservatezza”. Nelle attese ci si cerca con gli occhi, si sdrammatizza, alcune volte ci si morde le labbra, ma più spesso ci si sorride, con aria rassegnata. Si guardano soffitti o tablet o telefoni. Io ho scoperto di avere una vocazione per i soffitti: sono tristemente illuminati, vestiti di bianco sporco, non raccontano nulla, eppure, mi viene da dire, quanti pensieri o dolori o sospiri di sollievo avranno raccolto sotto il loro spoglio, freddo abbraccio.

La solitudine è quando ti portano via, per corridoi lunghi, è quando ti attraversa un tremore irrefrenabile, ti chiedono “sente freddo?” e ti coprono con teli termici, caldissimi. Ma è come un freddo interiore e misterioso, placato solo dalle gocce dell’anestesia: i muscoli passano dalla convulsione irrefrenabile alla calma, il gelo della tintura disinfettante è l’ultima cosa che ricordi, insieme alla gentilezza scherzosa delle persone che si occupano di te: “non deve preoccuparsi di nulla” “ma lo sa che la opera il nostro dottore bello?” “ti sei fatta attendere come una prima donna!”. Si sperimenta la vulnerabilità totale: eccomi, sono nudo, fuori e dentro, di fronte a voi, sono anche legato, mi ci affido totalmente a questo mistero metallico, come a una fede. Poi tutto si scioglie, con dolcezza inaspettata, nelle palpebre che cadono. Resta solo una cicatrice un poco dolorosa, a ricordare che siamo fatti di carne e speranza.

In questo tempo brevissimo (o lunghissimo) che mi ha toccato, che è stato come viaggiare nelle mie paure e nelle paure altrui, ho incrociato occhi di donne, occhi che cercano risposte, che si bagnano facilmente, che dicono tutto o non dicono, si censurano al pensiero della risposta peggiore. Ho ascoltato comprensione, torrenti impetuosi di parole, silenzio. Scricchiolii di dolore, di vergogna a volte. In questo tempo brevissimo, ho ripensato a una frase che ultimamente ho letto spesso in giro, del regista Mazzacurati, da poco scomparso, e che mai come adesso mi è parsa vera, sincera, praticabile: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.”

Ho pensato a quante battaglie silenziose, che cercano ascolto, di uomini e donne, di grandi e piccoli, passano ogni giorno per quei corridoi. Di quanta spontanea, sincera gentilezza, nella battaglia o nel tempo del riposo, non possiamo fare a meno.

giovedì 16 gennaio 2014

di tutto, di niente

Sono giorni dilatati, si ripetono, si incastrano nei percorsi che potrei tracciare a occhi chiusi. Sono giorni senza dormire, sembrano lunghissimi anche per quello, eppure passano senza chiedere il permesso, hanno dimenticato di avere un profumo, ma hanno l'odore e il conforto del cibo cucinato.
Hanno pensieri per le persone e desideri e nostalgie.
Pensieri scritti, concentrati, digitati, al posto di parole inzuppate nel tè.