mercoledì 30 luglio 2014

Il post senza poesia

Senza le immagini, senza le parole che mi piacciono, che suona così così. Che non ce n'era bisogno, che parla di me, insopportabile, come mi viene. Ti ho avvertito.

Nel post senza poesia, scrivo della mia stanchezza, dopo il lavoro, che si porta dietro quell'ultimo pensiero e quella frustrazione, della solitudine della cena e della sera. Sì, anche tu sai com'è, probabilmente. Ti spiego, anche se non ci credi, che da sola so stare, ma talvolta il silenzio non si sceglie. Da soli, ad esempio, non ci si abbraccia spesso o almeno non con le proprie estremità. Non ci si racconta a voce alta di quell'ultimo pensiero e di quella frustrazione. Li si lascia passare. Io rimescolo, rumino, li metto sulla mia pelle e in certi punti della mia interiorità (e del mio interno). So che succede anche a te, che torni a casa dai tuoi figli o dalla persona che ami. Non dico di no.
Non abbraccio come si deve, da un tempo che non ricordo: non so, a te capita di abbandonarti a qualcuno o di accoglierlo con desiderio? Ieri, ad esempio, ti hanno stretto? Ti hanno sussurrato qualcosa all'orecchio?
L'intimità, ecco come si chiama.

Non dirmi di imparare a stare bene con me stessa: io voglio stare bene con gli altri, io voglio essere doppia. Voglio essere un'isola con lunghi ponti che mi conducono alla terra ferma.

Nel post senza poesia, scrivo che non sopporto chi mi tratta con sufficienza, chi adopera le mie parole con malizia, chi mi parla a monosillabe, chi cerca qualcosa attorno a me e poi se ne dimentica e mi lascia inutili pensieri. Chi mi regalerebbe sedute di psicoterapia, e lo dice così, per ridere in ufficio. Pago io, senza ridere troppo però.
Nel post senza poesia, scrivo che non credo agli entusiasmi veloci, informatici, esibiti, credo agli entusiasmi in viva voce e in viva pelle, alle parole che spiegano con docile sincerità, al "ti ho pensato, mi fermo e te lo dico", ai "grazie", al tempo preso e regalato. Al tempo vissuto e viaggiato, a quello senza i click.

Nel post senza poesia, mi alzo e vado a lavare i piatti di ieri, quelli che "sono pochi, sono solo i tuoi". Un poco più leggera, forse. 
Senza poesia.

lunedì 28 luglio 2014

Le mollette da bucato (un gioco poetico)

Le guardo dalla finestra:
da un capo all’altro del filo,
si ergono tese,
dita colorate e plastiche
che pizzicano
mutande, canottiere, maglie,
calze, lenzuola, metri di tovaglie.
Si piegano solo al vento,
pazienti,
sul peso del bucato nuovo
e se talvolta sfuggono umide dalle mani,
da spighe sopra mari di panni,
si fanno virgole,
tra parole,
eco
nei cortili lontani.


[Grazie a AlessandraC e Vibrisse, che mi fanno giocare con le parole]