lunedì 7 novembre 2016

Una giornata muta

Scesi lungo la collina con la notizia nella tasca stretta della bocca.

Mi aspettava poggiata sul muretto, come se sapesse che sarei arrivato; dietro di lei la giornata perfetta si compiva: azzura, nitida, dipinta con precisione in ogni contorno, albero e strada, con calma luminosità e pennellata ferma; al centro solo la sua figura scura, la testa reclinata, pensosa. 
Potevo riconoscere, appena davanti a lei, le foglie che di riflesso aveva negli occhi.
Mi chiamo a sé per avere quella vicinanza, anche se mi conosceva bene. Mi tese la mano, mi sedetti accanto a lei e con una specie di balletto immobile mi accorsi che aveva già disegnato il mio abbraccio attorno alla sua schiena. Mi portò la mano dalla spalla all'ingresso del collo della camicetta senza bottoni, la sentii scivolare poco più giù. Posizionò le mie dita dentro una coppa del reggiseno come se sistemasse qualcosa caduto per sbaglio o come per farmi sentire bene che lì dovevo stare; così, restiamo così. D'instinto la accarezzai, in quello spazio angusto tra la pelle e il tessuto, come facevo sempre, senza opporre resistenza.
La guardai negli occhi a lungo, credo, vidi le foglie tremare.

Poi sentii la mia voce dire che sopra il fianco della collina, era morta la zia adorata
Non disse nulla, seguitò a guardarmi.
Lasciai scivolare lentamente la mano fuori dal nascondiglio che era stato accuratamente preparato. E con le dita calde del suo stesso calore le asciugai le lacrime, una dopo l'altra, foglia dopo foglia. 

domenica 15 maggio 2016

Gentilezza



La stanza si restringe fuori dai miei occhi. Sento la mia bocca dire “gentilezza” ma sulla “a” espira, la vocale si perde e ammutolisce: non importa adesso, un’altra urgenza si produce tra i miei denti. Li stringo, in una piccola apnea, mentre da dietro le sue mani proseguono su di me: dapprima mi sorreggono per il busto e quasi mi sollevano, poi salgono a cercare i seni. Adesso li stringono da sotto in su, a ripetizione, salgono e scendono. Le mani sono troppo grandi forse e il mio petto troppo sfuggente per la camicetta. La pelle si ritira, ogni poro si restringe, le sue dita si chiudono sul contorno immaginato dei capezzoli: lo sente anche lui che stiamo trovando un ritmo nostro in questa danza ignota. Non ci guardiamo, ma giro il collo e mi appaiono vicinissimi la fronte e i capelli riversi davanti agli occhi semichiusi. Mi dice qualcosa che non capisco. Mi slaccio i bottoni, cercandoli uno a uno in una sorta di memoria senza sguardo. Mi bacia la guancia con la bocca aperta, poi il profilo del naso, poi giù, mi lecca l’incavo del collo. Mi respira. Accompagna la mia mano sinistra tra le sue gambe, bene fino in fondo, perché io lo senta senza guardarlo ancora. Inarco la schiena, mi sto aprendo: ho un peso che schiaccia il bacino da dentro, un cuore convulso che mi batte tra le cosce. Vorrei sedermi su di lui adesso, averlo sotto di me. Sentire il suo sesso esplodere contro il mio culo, mentre sopra strati vestiti ancora ci separano. Sentire una specie di dolore.
Perdo la gentilezza.

mercoledì 10 febbraio 2016

E' perché si avvicina il compleanno (forse).

Mi sento in ritardo su due, tre coincidenze importanti della vita. Ci penso in questi mesi che chiudono l'inverno e in cui mi ritrovo più sola, in cui capisco che finché raccontavo qualcosa di me a qualcuno, la condivisione mi rendeva più leggera e più saggia. E magari qualche dolore verbalizzato, smembrato, domandato, era in realtà una medicina, una terapia, una cura necessaria: adesso lo evito, faccio finta di niente. Non ho nulla da raccontare, neppure a me stessa. Ma allora: considero così di poco conto le mie giornate, le mie frustrazioni, la mia solitudine, le piccole contentezze, la ricetta riuscita, il sorriso che mi disegna qualcosa o qualcuno quando mi apro un po', una gentilezza anonima e brevissima, un bel passaggio di un libro che leggo?
Se sono in ritardo, vorrà dire che aspetterò il treno successivo, sarà un po' affollato forse.
Faccio il viaggio in piedi. 
Mi tengo forte ma oscillo. 
Il finestrino è troppo basso per guardare fuori. Il cuore troppo piccolo per guardarci dentro.