domenica 15 maggio 2016

Gentilezza



La stanza si restringe fuori dai miei occhi. Sento la mia bocca dire “gentilezza” ma sulla “a” espira, la vocale si perde e ammutolisce: non importa adesso, un’altra urgenza si produce tra i miei denti. Li stringo, in una piccola apnea, mentre da dietro le sue mani proseguono su di me: dapprima mi sorreggono per il busto e quasi mi sollevano, poi salgono a cercare i seni. Adesso li stringono da sotto in su, a ripetizione, salgono e scendono. Le mani sono troppo grandi forse e il mio petto troppo sfuggente per la camicetta. La pelle si ritira, ogni poro si restringe, le sue dita si chiudono sul contorno immaginato dei capezzoli: lo sente anche lui che stiamo trovando un ritmo nostro in questa danza ignota. Non ci guardiamo, ma giro il collo e mi appaiono vicinissimi la fronte e i capelli riversi davanti agli occhi semichiusi. Mi dice qualcosa che non capisco. Mi slaccio i bottoni, cercandoli uno a uno in una sorta di memoria senza sguardo. Mi bacia la guancia con la bocca aperta, poi il profilo del naso, poi giù, mi lecca l’incavo del collo. Mi respira. Accompagna la mia mano sinistra tra le sue gambe, bene fino in fondo, perché io lo senta senza guardarlo ancora. Inarco la schiena, mi sto aprendo: ho un peso che schiaccia il bacino da dentro, un cuore convulso che mi batte tra le cosce. Vorrei sedermi su di lui adesso, averlo sotto di me. Sentire il suo sesso esplodere contro il mio culo, mentre sopra strati vestiti ancora ci separano. Sentire una specie di dolore.
Perdo la gentilezza.