lunedì 7 novembre 2016

Una giornata muta

Scesi lungo la collina con la notizia nella tasca stretta della bocca.

Mi aspettava poggiata sul muretto, come se sapesse che sarei arrivato; dietro di lei la giornata perfetta si compiva: azzura, nitida, dipinta con precisione in ogni contorno, albero e strada, con calma luminosità e pennellata ferma; al centro solo la sua figura scura, la testa reclinata, pensosa. 
Potevo riconoscere, appena davanti a lei, le foglie che di riflesso aveva negli occhi.
Mi chiamo a sé per avere quella vicinanza, anche se mi conosceva bene. Mi tese la mano, mi sedetti accanto a lei e con una specie di balletto immobile mi accorsi che aveva già disegnato il mio abbraccio attorno alla sua schiena. Mi portò la mano dalla spalla all'ingresso del collo della camicetta senza bottoni, la sentii scivolare poco più giù. Posizionò le mie dita dentro una coppa del reggiseno come se sistemasse qualcosa caduto per sbaglio o come per farmi sentire bene che lì dovevo stare; così, restiamo così. D'instinto la accarezzai, in quello spazio angusto tra la pelle e il tessuto, come facevo sempre, senza opporre resistenza.
La guardai negli occhi a lungo, credo, vidi le foglie tremare.

Poi sentii la mia voce dire che sopra il fianco della collina, era morta la zia adorata
Non disse nulla, seguitò a guardarmi.
Lasciai scivolare lentamente la mano fuori dal nascondiglio che era stato accuratamente preparato. E con le dita calde del suo stesso calore le asciugai le lacrime, una dopo l'altra, foglia dopo foglia.